università o ancora superiori?

26 09 2007

La settimana scorsa in una piccola birreria Savonese vicino al Priamar, ho incontrato un ragazzo che mi è stato presentato da un amico comune come uno studente del Campus. Sinceramente non l’avevo mai visto, ma non si può pretendere di conoscere ogni persona che qui studia, anche se si organizzano feste da alcuni anni e se si vive all’interno delle mura. A parte qualche sproloquio causato da una birra di troppo (addirittura è riuscito a sbagliare ilnomedel proprio corso di studi) questo ragazzo mi ha detto di essere iscritto al secondo anno di laurea triennale, di aver passato molti esami quasi senza studiare e di non frequentare il campus se non per le lezioni. Fin qui potrebbe essere ancora tutto normale, dato che ci sono molti ragazzi savonesi che non frequentano la vita del campus, ma continuano con la vita fatta fino al giorno prima di iscriversi all’università, con gli stessi giri, gli stessi amici, gli stessi ritrovi. Ma l’anomalia sta nel fatto che il ragazzo in questione, parlando, non diceva le parole “Campus” o “Università”, ma diceva “SCUOLA”!
Inizialmente ho pensato “si è sbagliato, è sabato sera, è tardi, capita di sbagliare parole“, ma, ahinoi, di errore proprio non si trattava. Continuando a conversare mi sono reso conto (cosa che ha confermato dopo una mia domanda diretta) che per lui era come se l’università fosse una prosecuzione degli studi superiori, un luogo dove arrivare 30 secondi prima dell’ingresso del docente, sedersi ad un banco, fare conversazione con qualche amico che si era portato dietro negli anni (probabilmente compagni di banco dall’asilo se non dal reparto di neonatologia), farsi beffa dei docenti, andare a lezione perchè si deve non perchè sia utile, una volta terminate le lezioni correre alla macchina e sfrecciare via da quel luogo che niente di bello potrebbe portargli (sempre parlando secondo le sue convinzioni), proprio come un bambino scapperebbe da una stanza dove stanno spegnendo le luci per paura di rimanere al buio.
Il ragazzo in questione non frequenta universitari che non siano del suo corso, o classe, come la definirebbe lui, nè che non siano di Savona (le amicizie a distanza non funzionano, si sa), dopo un anno intero al Campus non sa chi siano i rappresentanti degli studenti, nè quanti e quali corsi di laurea ci siano all’interno del Campus. Per lui del Campus Leginese esiste solo la sua “classe”, il corridoio dove và a lezione, il parcheggio dove lascia la macchina, il bar dove fa colazione (non penso che abbia notato le copie de “LA STAMPA” proprio affianco alle brioches, perchè dietro diretta domanda se sapesse che veniva distribuito il quotidiano al Campus non ha proferito parola).
Se continuo a chiamarlo ragazzo e non studente è perchè di studente universitario, proprio non ha nulla: non ha capito l’importanza del Fattore C (che qui sta per Campus, s’intende), non è riuscito nel distacco dalla scuola dell’obbligo, per lui l’università è un obbligo e, in quanto obbligo, ha scelto la più vicina a casa, scegliendo tra i cinque corsi presenti quallo che gli sembrasse un po’ più interessante, per non annoiarsi troppo; questo ragazzo non ha capito quanto possa essere bello uscire dal giardino di casa e scoprire un mondo diverso da lui, quanto possa essere vantaggioso per la sua crescita formativa e personale frequantare persone che non abbiano esattamente i suoi stessi interessi, ma che coltivino sogni e esperienze diverse. Questo ragazzo non ha capito che vuol dire essere studenti universitari.





Ricambio generazionale

27 11 2006


SACS è l’associazione degli studenti del campus savonese, esiste da 5 anni e in questi 5 anni ha organizzato vari eventi ludici (feste e aperitivi), sportivi (torneo di calcetto, beach volley, gara di sci) e culturali (il migliore di tutti è stato A.L.A.D.D.I.N, un progetto che ha partecipato ai Mondialogo Engineering Award, ma poi ci sono stati i vari Students Meet Enterprises, Cineforum e Vivere il Teatro). Il fine di SACS è di sollecitare la vita all’interno del Campus, facendo anche da tràit d’union tra gli studenti, le rappresentanze studentesche e gli enti all’interno del Campus. Per fare questo c’è bisogno di un continuo ricambio di persone all’interno dell’associazione, sia nel consiglio che nei comitati organizzatori. Ecco dunque che sorge un problema: gli studenti hanno ancora voglia di fare qualcosa al di fuori del normale percorso accademico?
La risposta è: dipende.
Perchè se non c’è nulla da fare allora si lamentano tutti, se c’è qualcosa da fare, di quelli che si sono lamentati, ne vengono la metà e se si parla di aiutare ad organizzare non si trova nessuno.
Le motivazioni sono varie:

  1. -scarso senso di appartenenza al Campus: molti studenti, anche frequentanti, dopo le lezioni scappano via a più non posso, non coltivando amicizie all’interno dell’università, continuando a frequentare gli stessi gruppi che frequentavano prima dell’inizio della vita universitaria;
  2. -scarso interesse verso le attività esterne alla carriera universitaria: frequentano il Campus hanno amicizie con altri studenti, ma non gli interessa di espandere il loro curriculum con qualcosa di altamente formativo come l’appartenenza ad una Associazione, che può essere un vero e proprio banco di prova prima di inserirsi nel mondo lavorativo;
  3. -cattiva considerazione delle persone che frequentano l’Associazione e che si impegnano per ottenere qualcosa sia per gli altri studenti che per loro stessi: queste persone vengono considerate come arriviste, che cercano di infilarsi ad ogni costo in qualcosa per essere al di sopra degli altri;
  4. -interesse nullo per le attività che non comportano una remunerazione.

In merito al primo e al secondo punto mi domando quale vantaggio possono ottenere queste persone dalla vita universitaria: l’idea di Campus deve essere quella di un incubatore di sapere, dove non solo si impara studiando, ma ci si confronta con le altre persone, si condividono le esperienze e le conoscenze. Ecco come uno studente di economia può imparare delle basi di programmazione o di comunicazione o di tutela paesaggistica, che possono molto essergli utili, oltre che per cultura personale, anche per la carriera. Se pensiamo ad un laureato in economia del turismo che arrivato nel mondo del lavoro non sa come si costruisca una pagina web, o di come è cambiata nel tempo la dottrina della tutela del territorio, questo laureato come potrà un giorno programmare la politica turistica di una certa zona?
In merito al terzo e al quarto punto, è vero che ci sono persone che si danno da fare solo perchè pensano di poterne ottenere un ritorno nel futuro. Ma come biasimare chi ha lavorato tanto durante l’università non solo studiando e alla fine vorrebbe che questo sia servito a qualcosa? Del resto se presenti un curriculum con solo la carriera universitaria, puoi essere stato bravo quanto vuoi negli studi, ma affianco a chi si è laureato e anche coltivato altri interessi che gli hanno fruttato esperienza nell’organizzazione e nel relationship management hai poche speranze. Inoltre, io non pagherei mai qualcuno per sbagliare.
Quello che SACS offre è la possibilità di cimentarti nell’organizzazione di eventi, oltre che nella gestione di un’associazione, permettendoti anche e soprattutto di sbagliare e vi assicuro che di bastonate capita di prendersene. Ma quando sei studente molto ti è concesso, soprattutto una seconda e anche una terza possibilità. In azienda, per un giovane, questo può non accadere.